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valutazioni e finanziamenti

DIAMO VALORE AGLI INTANGILIBILI

Autore: Masetti Rossella

Articolo pubblicato sulla testata Economy il 27 maggio 2009

In cima alle classifiche dei brand globali ci sono Gucci, Prada e la Ferrari. Ma non c'è ancora un sistema universale per attribuire un prezzo ai beni immateriali. 

Per risolvere il problema banche, industrie e università hanno avviato una piattaforma di valutazione e il ministero per lo Sviluppo economico ha stanziato 60 milioni.

Nella top ten dei brand italiani globali c'è tanta moda, lusso e belle auto. Ma anche il valore che viene attribuito ai marchi italiani più famosi nel mondo. La classifica, stilata a fine 2008 da Interbrand, per esempio, attribuisce al marchio Gucci un valore di 6,38 miliardi di euro, quello do Prada vale 2,77, mentre Ferrari viene quotato 2,73.
Ma quanto vale un bene immateriale di un'azienda? E come si fa a determinare il valore di un marchio o di un brevetto? «Per un'impresa, la valorizzazione e la valutazione di un bene immateriale rientrano nella sfera di gestione strategica del patrimonio industriale e intellettuale» dice Rossella Masetti, partner di Bugnion e responsabile dell'ufficio legale di Modena. «La determinazione del valore è il presupposto per parlare di asset immateriali come beni strumentali dell'azienda».
Fino a una quindicina d'anni fa, l'idea di dare un valore economico a un brand appariva una semplice astrazione: il marchio era un corpo unico con l'impresa e si spostava solo con il trasferimento o con la cessione di rami d'azienda. L'ipotesi di dare in garanzia a una banca un bene immateriale non veniva neppure presa in considerazione, perché non esisteva un mercato degli intangibles. Poi qualcosa è cambiato. «Dal punto di vista legislativo c'è stata un'evoluzione nell'apprezzamento dei beni immateriali e della loro idoneità a rappresentare beni di scambio» commenta la professionista della Bugnion, la società di consulenza in proprietà industriale e intellettuale che ha uffici in 12 città italiane. «Dal 1992 è stata introdotta la libera cessione del marchio e da allora abbiamo cominciato ad apprezzare il brand come bene autonomo rispetto all'azienda».
Le prime società a intuire le potenzialità del marchio sono state quelle calcistiche. A partire dal 2005, alcuni dei club più blasonati si sono lanciati in operazioni di lease back dei propri marchi per dedurre i canoni del leasing, ma poi il fenomeno si è allargato a macchia d'olio e tutto il settore industriale ha cominciato a effettuare operazioni finanziarie sfruttando la leva della titolarità del marchio. Così il mercato dei brand ha vissuto un periodo abbastanza florido fino al 2006, quando il decreto Bersani ha modificato la durata dell'ammortamento del marchio da dieci a 18 anni, rendendo l'operazione meno interessante sotto il profilo economico per l'azienda. Di conseguenza tra il 2007 e il 2008 il numero di operazioni è diminuito notevolmente.
Di fatto, il nodo della valutazione degli intangibles resta ancora da sciogliere. Anche se qualcosa si sta muovendo. Il 21 ottobre scorso il ministero dello Sviluppo economico, l'Associazione bancaria italiana (Abi), Confindustria e la Conferenza dei rettori hanno siglato un protocollo d'intesa sulla valutazione economico- finanziaria dei brevetti.
«Il protocollo affronta per la prima volta il problema della valutazione dei beni immateriali» afferma Masetti. «Banche, imprese e università hanno deciso infatti di adottare una piattaforma comune, un metodo di valutazione che prevede una griglia di analisi per la valutazione economico-finanziaria dei brevetti».
È l'anello mancante degli intangibles: uno strumento accreditato e condiviso che permetta «di sostenere un circolo virtuoso tra innovazione e finanziamenti pubblici e privati»
sta scritto sul protocollo ministeriale «e di creare in maniera efficiente una catena del valore che lega idee, sviluppi applicativi e brevetti».
Secondo la professionista modenese, il modello applicato da banche, imprese e università potrebbe essere uno degli strumenti utili per affrontare l'attuale crisi finanziaria del sistema industriale. «Poter utilizzare strumentalmente i diritti di proprietà industriale» sostiene Masetti «potrebbe consentire alle piccole e medie imprese un canale di accesso al credito importante in questa fase congiunturale. Ma è necessario che le banche facciano un passo avanti, creando prodotti creditizi che consentano di utilizzare marchi, brevetti e altri beni immateriali dell'azienda».
Su questo fronte, il legislatore ha lanciato un segnale chiaro. «Il 10 marzo scorso» afferma Masetti «è stato adottato un decreto che prevede l'utilizzo del Fondo nazionale per l'innovazione da 60 milioni di euro per la partecipazione in operazioni finanziarie dedicate al sostegno di progetti innovativi basati sull'utilizzo economico di brevetti».

Probabilmente, si tratta della molla che aspettavano le banche per offrire, in tempi brevi, strumenti di finanziamento alle imprese che investono nella innovazione e nella sua tutela. «Da una parte i diritti di proprietà industriale hanno assunto un peso sempre più significativo nel patrimonio aziendale» conclude Masetti «dall'altra non si è completato l'iter diretto alla piena consapevolezza del valore dei beni immateriali, forse però questo traguardo non è più così lontano».


Maggio 2009


Diamo valore agli intangilibili